Le esperienze che il cinema ti porta a vivere, di come un film ti entra dentro, cambiandoti dall’interno: quanto può essere profonda e intima la relazione che si instaura, anche a distanza di tempo, tra chi realizza un film e chi, alla fine, lo guarda? Quali meccanismi regolano tali rapporti?

È evidente che, in funzione della relazione instaurata, un film ci appare migliore o peggiore rispetto ad altri film con cui abbiamo legato diversamente. Ed è responsabilità di figure come attori e registi (e non solo) creare questo sottile ma forte legame.

La possibilità di entrare in contatto con queste figure, poter fare loro domande apertamente, vederli difronte a te in carne ed ossa, non più esseri trascendenti e lontani, apre nuovi orizzonti al legame film-spettatore.

Ciò è avvenuto di recente nella mia città, Catanzaro, nel corso del Magna Graecia Film Festival 2017, giunto alla sua 14esima edizione dedicata a Marcello Mastroianni. Nel corso di questo Festival, tra i vari ospiti, ho volutamente soffermato la mia attenzione su un ospite importante come Tim Roth, attore che negli anni ho avuto modo di apprezzare e ammirare.

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Tim Roth al Magna Graecia Film Festival 2017, foto di Mauro Signoretti.

Una masterclass sui generis, con proiezione del film Chronic di Michel Franco, premiato per la miglior sceneggiatura a Cannes nel 2015, che vede protagonista appunto Tim Roth, e domande dal pubblico. Il tutto si svolge nella cornice del Teatro Comunale di Catanzaro.

Protagonista del film è David (interpretato da Tim Roth), un infermiere che lavora con malati terminali, con i quali stringe legami più forti che con la propria famiglia. Straordinariamente bravo con il suo lavoro, risulta però distaccato e insicuro nei confronti della figlia.

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Locandina del film Chronic.

Il corpo del film è semplicemente costituito da quei frammenti di pseudo-vita che intercorrono tra un nuovo paziente e la sua morte, per poi trovarne un altro e continuare il ciclo. Prendersi cura dei pazienti, che con il tempo diventano amici, fino all’ultimo dei loro giorni, è una sorta di panacea contro i dubbi di una vita. Un riscatto per l’amore che non è riuscito a dimostrare ai propri familiari. Ma nell’istante in cui prende coscienza di aver perso un altro amico, tutto il dolore riaffiora inesorabilmente.

Questo schema, questo circuito chiuso, sarà incessantemente ripreso da Franco fino alla scena finale, la quale rompe ogni ripetizione, interferendo così intensamente da risultare quasi tediosa e invadente.
Roth ne parla così: <<La cosa interessante è che abbiamo girato un altro finale. C’è stato un momento in cui il regista era veramente spaventato, abbiamo girato quello che sarebbe successo dopo [il finale, ndr], però poi Franco l’ha tolto dal film. Quindi adesso sta a te decidere cosa gli potrebbe succedere. Io ho una mia opinione. Certo lo vorrei immaginare felice, con sua figlia, cominciando una nuova vita però a questo punto non ha più importanza. Il film è tuo. Quando dico che questo film non è commerciale lo dico proprio in questo senso, non è una soap opera. […]. Dobbiamo sfidarci a scrivere la nostra storia>>.

L’intera pellicola è caratterizzata da alcune scelte stilistiche e tecniche che, a primo impatto, possono rendere difficoltosa la visione. Le riprese sono prevalentemente in camera fissa, rendendo l’opera passiva, mero contenitrice di movimenti. Questa tecnica rende si pesante la proiezione, ma è uno dei pochi legami che rendono realistica la staticità dello spazio e del tempo vissuto da questi pazienti; difficilmente uno spettatore potrebbe entrare in empatia con loro altrimenti.
Come dirà durante l’intervista lo stesso Roth: <<Il modo in cui Michel gira è piuttosto difficile perché usa molto la camera fissa e per me è stata una bella sfida, per tutti noi […]. Per alcuni può sembrare un modo un po’ fanatico di girare, per me lo faceva benissimo. Tante volte, girando, noi attori scoppiavamo in applausi se lui, muovendo la cinepresa, muoveva l’inquadratura anche di pochi centimetri. Franco è molto molto specifico, cosa particolare per uno così giovane. Io ho lavorato con registi che non pensavo avessero fatto un buon lavoro in questo senso, ma con lui è stato molto bello realizzare e capire l’arco del proscenio, il modo in cui i personaggi si sgretolano, si srotolano, e questo mi è piaciuto molto>>.

A contribuire a questa sensazione di alienazione è la totale assenza di colonna sonora, in favore di rumori ambientali, creando un senso di estraneità e lontananza.
La lente di ingrandimento di Franco mette perfettamente a fuoco il tema della morte, senza risparmiarci nessuna sofferenza. Immagini crude, fredde e schiette, potrebbero però alla lunga risultare faticose, avendo in pratica sovrastato i dialoghi.
<<Questo è virtualmente un film muto>>, ci dichiara Roth: <<C’è forse una sola battuta chiave per questo film: una conversazione molto breve quando lui parla con la figlia, di suo figlio, e lui in un certo senso dice di aver ucciso il figlio. A parte questo la storia può esser benissimo raccontata senza parole>>.

Fin dalle prime scene, appare evidente l’indiscutibile bravura di Roth, capace di vestire i panni di un infermiere depresso, come se l’avesse sempre fatto. Scopriamo però che alla base dell’impeccabile interpretazione c’è l’aiuto di veri infermieri e pazienti, disposti a offrire conoscenze ed esperienze.
Trovo che ricorrere a questo tipo di condivisioni, che nel cinema è spesso usato ma un po’ sottovalutato, arricchisca l’opera, dandole un alto valore culturale.
<<Quando come attore lavori su un personaggio che ha un particolare compito da svolgere come per esempio ne La leggenda del pianista sull’oceano, io non suono il pianoforte ma nel film di Tornatore ho dovuto imparare a farlo, o almeno a fingere di suonare, per convincere il pubblico>>, ci confessa Roth: <<In questo caso ho dovuto imparare dalle infermiere e dai pazienti, non tanto a livello scientifico (c’era comunque un vero infermiere sul set e c’era un paziente vero, il ragazzino sulla sedia a rotelle). Tutti gli altri erano attori: l’attrice all’inizio del film, quella magrissima, ha perso tutto quel peso per fare il film, è una bravissima attrice inglese. Io ho dovuto passare per prepararmi a questo film tanto tempo con gente che veramente stava morendo: la gente che muore ha pochissimo tempo a disposizione, tempo prezioso, eppure hanno voluto dare parte di quel poco tempo per me, per aiutarmi a prepararmi, e l’hanno fatto per le loro infermiere e infermieri, perché amano i loro infermieri e per il rapporto che si crea fra le famiglie e gli infermieri, che è importantissimo. E a tutti questi pazienti, che nel frattempo son morti, riconosco e son grato del tempo che hanno dato per me>>.

Concludendo, l’opera di Franco risente, forse troppo, di scelte tecniche spesso azzardate, spesso dettate dalla giovane esperienza, ma che a mio parere rendono discretamente bene le sensazioni provate da persone che ormai hanno perso la speranza, vivendo spesso nell’attesa di morire. Oltre le tematiche affrontate Roth, con il suo David, ci concede un buon pretesto per vedere questo film.

Mi preme consigliare infine pellicole affini, per tematiche e scelte tecniche, a quest’opera di Michel Franco:

  • Miele di Valeria Golino, 2013;
  • Still life di Uberto Pasolini, 2013;
  • Amour di Michael Haneke, 2012.

 

a.

 

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