Le Braci è un romanzo dell’autore ungherese Sàndor Màrai. La prima edizione ungherese è del 1942, in Italia il romanzo venne pubblicato per la prima volta nel 1998 ed è edito Adelphi.

Dopo quarantuno anni due uomini, amici di vecchia data, si ritrovano in un castello ai piedi dei Carpazi, per svelare il segreto che li lega con una strana potenza. Durante una notte verranno ripercorse due vite, che all’inizio sembreranno una sola linea ma che ben presto diverranno due rette parallele ed estranee.

Ho provato più volte a riassumere la trama senza tralasciare nulla e senza dire troppo, ma il risultato è stato sempre deludente. Mi sono accorta, però, che non c’è altro modo di riassumere brevemente questo libro e bisogna trattarlo quasi come se fosse un quadro: descrivere a grandi linee l’immagine e il contenuto che si vedono ad un primo colpo d’occhio e soffermarsi solo successivamente, sulla grande quantità di dettagli insiti in esso.
Le Braci si presente come un romanzo sull’amicizia ma pian piano diventa un volume sull’attesa, sull’infedeltà, sulla verità dei fatti, sul coraggio, sull’odio e sull’amore e sul confine che esiste tra i due, insomma sulla vita in ogni suo aspetto.
I due protagonisti del romanzo sono due uomini che seppur conosciutisi nello stesso ambiente (nell’adolescenza frequentavano un collegio militare) appaiono molto diversi tra di loro. Henrik proviene da una famiglia ricca e agiata, è un ragazzo disinvolto con un profondo senso di dovere nei confronti dello Stato e con una predisposizione alla vita militare. Konrad, al contrario, ha alle spalle una famiglia di funzionari poveri e, seppur frequentate un collegio militare, ha un grande temperamento artistico e musicale. Due opposti che si attraggono e divengono amici, vivendo, gran parte della loro vita quasi come se fossero fratelli gemelli. Inoltre i due, sembrano vivere tempi diversi: Henrik legato al passato e alle tradizioni, Konrad, al contrario, scappa dal presente per vivere in un futuro senza preoccupazioni.

Il romanzo è molto breve, conta circa centosettanta pagine, e una volta superati i primi due o tre capitoli che, a mio parere, risultano essere molto lenti, la narrazione diviene scorrevole. Una lettura che diviene sempre più intensa e colma di tensione: i dubbi, gli interrogativi di Henrik echeggeranno non solo tra le righe ma anche nella mente del lettore.

A fine lettura mi è stato difficile, e lo è tuttora, trovare qualcosa che mi abbia colpito maggiormente. I protagonisti, la trama, l’espediente narrativo, le varie emozioni descritte, per me rientrano tutte in un grande insieme, inscindibile, che ha reso questo romanzo una tra le più belle letture fatte.
La riflessione finale, però, è caduta su un tema a me molto caro: il tempo. In questo romanzo, secondo me, il tempo è tutto. Ma non si deve pensare al tempo dell’orologio, bensì a quello del cuore e dell’animo. Quel tempo che non è mai lo stesso, sincronizzato soltanto al battito del nostro cuore. Un tempo inteso, azzardando, alla maniera di Proust: “un’ora, non è solo un’ora, è un vaso colmo di profumi, di suoni, di progetti, di climi”.

Possiamo comprendere l’essenziale solo partendo dai particolari, questa è l’esperienza che ho tratto sia dai libri che dalla vita. Bisogna conoscere tutti i particolari, perché non possiamo sapere quale sarà importante in seguito, quali parole metteranno in luce qualcosa.

 

t.

 

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